Dal punto di vista di una psicologa europea, e in particolare italiana, il fenomeno migratorio degli ultimi vent’anni non può essere compreso solo in termini economici o umanitari. Esiste una dimensione psicologica profonda che riguarda identità, reciprocità e integrazione, e che è stata sistematicamente sottovalutata.

È ormai un dato di fatto che una parte significativa dei migranti, soprattutto quelli arrivati attraverso canali illegali e poi stabilizzatisi in Europa, non abbia rappresentato una risorsa per le società ospitanti, ma abbia prodotto effetti negativi sul piano economico, sociale e culturale. Questa dinamica, lungi dall’essere episodica, si è consolidata nel tempo, confermando molte delle previsioni avanzate anni fa da Oriana Fallaci.
Dal lato psicologico, l’errore di fondo è stato credere che l’accesso a diritti, welfare e protezione generasse automaticamente integrazione. In realtà, quando il migrante non sviluppa un desiderio autentico di appartenenza, l’adattamento resta strumentale: si accetta ciò che lo Stato offre, ma si rifiuta il legame simbolico con la società che accoglie. L’identità resta separata, spesso irrigidita, e la non-integrazione diventa una scelta stabile, non una fase transitoria.
Parallelamente, le società europee hanno mostrato una fragilità psicologica crescente: difficoltà a porre limiti, paura del conflitto, senso di colpa storico e una tendenza all’autodenigrazione culturale. In assenza di richieste chiare di reciprocità, l’accoglienza si è trasformata in un rapporto asimmetrico, che ha alimentato risentimento sociale e fratture interne.
Come Fallaci aveva intuito, il problema non è l’immigrazione in sé, ma l’immigrazione priva di integrazione e di responsabilità condivise. Da una prospettiva psicologica, una società che accoglie senza chiedere adesione ai propri valori finisce per indebolire se stessa, mentre individui che vivono senza appartenere producono inevitabilmente instabilità.
Il risultato è una convivenza fragile, costosa e conflittuale. E ignorare questa realtà non è più una forma di tolleranza, ma di rimozione psicologica collettiva.

